La seconda vita dei droni. Da alleati militari a operatori umanitari

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    Sebbene ideati per scopi militari, i droni usati per gli aiuti umanitari sono sempre di più. Ma la loro rinascita sta avvenendo non senza controversie.
    Un terremoto di magnitudo 7,8 ha colpito il Nepal ad aprile, cogliendo la popolazione assolutamente impreparata ad affrontare una tale devastazione. Solo cinquemila persone sono state mobilitate per salvarne più di otto milioni. GlobalMedic, una unità di soccorso canadese, ha usato i droni, o aeromobili a pilotaggio remoto (Apr), per individuare migliaia di sopravvissuti tra le macerie dei templi e tra ciò che rimaneva delle città.

    I droni usati per gli aiuti umanitari
    Potrebbero rappresentare il futuro. Raggiungono luoghi inaccessibili alle persone e possono raccogliere una quantità incredibile di informazioni a un costo inferiore rispetto alle tradizionali operazioni di ricerca e salvataggio. Possono essere impiegati nel monitoraggio ambientale e della fauna selvatica, nella rilevazione di incendi e per consegnare materiale medico in aree remote o inaccessibili altrimenti. Questo tipo di tecnologia, però, solleva questioni delicate quali etica, sicurezza, privacy.

    Inoltre, l’uso dei droni viene spesso associato alle armi. Come internet, sono stati creati per scopi militari fin dalla Seconda guerra mondiale, ma solo dalla guerra del Vietnam in poi sono stati effettivamente usati in operazioni di conflitto a causa delle ingenti perdite umane e dei costi elevati delle missioni. La tecnologia dei droni, come sta accadendo per internet, si sta sviluppando più velocemente delle regolamentazioni in materia che, per di più, variano da paese a paese.

    I droni sono stati utilizzati nelle situazioni più disparate: nel monitoraggio e conservazione di siti archeologici in Sudamerica, come il Machu Picchu in Perù, nello spegnimento degli incendi che hanno devastato la California del sud e in missioni di salvataggio durante l’uragano Sandy, che nel 2012 colpì le coste nordorientali degli Stati Uniti. Sono stati anche impiegati nel 2013 nell’operazione Monusco delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo per monitorare i confini, aiutare a combattere i ribelli ugandesi delle Forze alleate democratiche e per proteggere i civili, oltre a fungere da deterrente contro i combattenti ostili. Durante l’operazione era stato proposto di usarli per ottenere informazioni per scopi umanitari, ma diverse ong internazionali hanno rifiutato per paura che queste fossero condivise con le forze militari, compromettendo così i principi base delle organizzazioni umanitarie, quali neutralità, imparzialità e indipendenza operativa.

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